Soro Dorotei

soro_dorotei_rifugio_passo_duranIstruttore Nazionale delle Guide Alpine, con un passato di maresciallo dell’aeronautica militare, ha aperto oltre 150 vie nuove nelle Alpi italiane, la maggior parte delle quali, nelle Dolomiti.

La sia carriera alpinistica è nata proprio sulle montagne di casa dove ha svolto un’intensa attività anche con salite in invernale, tra le quali si ricordano la parete Nord del Pelmo e la via Ratti dulla Su Alto, e salite in solitaria, tra le quali si ricorda la via Strobel alla Rocchetta Alta di Bosconero.

Nel 1983 ha iniziato a frequentare le grandi montagne Himalaiane, partecipando a nove spedizioni e salendo sei 8000 senza l’aiuto di ossigeno supplementare, Lhotse, K2, Nanga, Parbat, Manaslu, Broad Peak, Annapurna (quest’ultimo, con Benoit Chamoux, attraverso la vertiginosa via Bonnington sulla parete Sud).

Ha organizzato numerosi trekking nelle zone Himalaiane delle quali è profondo conoscitore.

Ha partecipato alla spedizione alpinistico scientifica East-L-hotse 1997 del comitato EvK2Cnr.

Ha ricoperto il ruolo di vicecapo nella spedizione K2 2004, organizzata da Agostino Da Polenza, durante la quale è stata ricondotta la misurazione dell’altezza della montagna.

Nel 2011 è stato vittima di un gravissimo incidente sulla Torre Iolanda mentre arrampicava in compagnia della moglie sulla via del Topo; ma anche questa volta la sua forza e la sua tenacia hanno vinto, permettendogli, non solo di sopravvivere, ma anche di affrontare con successo un difficilissimo percorso di riabilitazione.

Oggi vive le “sue” montagne in modo nuovo, ma la luce che appare nei suoi occhi ogni volta che ne parla, insegna a tutti cosa significhi essere sempre e comunque, nonostante tutto, un grande alpinista.

“Non sembrava simpatico, era bravo alpinisticamente e fisicamente in gran forma; ma simpatico proprio no. Faceva coppia con Giuliano De Marchi, entrambi bellunesi e saggiamente seguiva le mosse di Sergio Martini che con Giuliano era stato all’Everest tre anni prima. Probabilmente nemmeno io risultai simpatico a lui, troppe persone nella spedizione, un pò troppa confusione organizzativa e anche alpinistica. Anche se alla fine eravamo in vetta al K2: era il 31 Luglio 1983.

Quella volta Soro Dorotei al K2, dal versante nord, quello cinese, rimase defilato, in una posizione di attesa, fece un gran lavoro ma non tentò nemmeno la vetta.

Tornò alle sue Dolomiti un pò deluso dagli “ottomila” o forse da quel modo di salirli. Certo lui era già guida alpina, un perfezionista della tecnica alpinistica, ma anche della formazione del carattere, dei valori di chi accmpagnava sulle montagne e degli aspiranti “guida alpina” dei quali era severo istruttore.

Le sue Dolomiti, dove aveva salito cento e più vie, tra le più ifficili e le altre aperte da lui, e poi le invernali, le solitarie, quelle splendide cattedrali di dolomia sono in suo terreno di gioco, di azione, di lavoro. Chissà perchè chiesi a lui se voleva venire con noi al K2? Era il 1986 e con Giovanni Calcagno, Tullio Vidoni e la squadra di “Quota 800”, mettemo in agenda per l’estate il Broad Peak e il K2.

Lui era “maresciallo” dell’aeronautica e andai a trovarlo ad Aviano, credo, lo convinsi a venire con noi, su quelle  die splendide montagne. Questa volta la spedizione sarebbe stata piccola, con uomini determinati, e poi tornare al K2… era una buona sfida.

GLia lpinisti avrebbero partecipato senza metterci una lista, anzi con un piccolo rimborso, avrebbero dovuto occuparsi unicamente di salire le montagne.

Soro accettò e fu una benedizione per la qualità tecnica e umana delal nostra squadra. Un “osso duro”, tecnicamente preparatissimo, con un’ottima visione della struttura alpinistica della montagna, della strategia per salirla. Ma anche un uomo di squadra, certo fortemente individualista, come tutti gli alpinisti, ma con l’attitudine a lavorare insieme, a rispettare gli altri e la gerarchia.

Salì il Broad Peak, e poi con Gianni, Tullio, Martino e Marino il K2, con una magnifica salita, in tre giorni dal campo base erano in vetta al K2 e di nuovo in sicurezza al campo 4, supportando anche Benoit Chamoux, che era con noi per la prima volta e in quell’occasione salì il K2 in 23 ore.

L’anno dopo eravamo al Nanga Parbat. Fece un freddo atroce ma la vetta fu anche quella volta salita con splendida performance. Quando “quota 8000” confluì nel progetto francese. “L’Esprit d’Equipe”, messo in piedi da Benoit e da me, Soro accettò di essere ancora con noi per i successivi tre anni di alpinismo.

Annapurna Sud, cia Bonington: grande parete, grande via. Fu il capolavoro di Soro in Himalaya. Non so se lui è d’accordo, ma io l’ho sempre pensato. Era diventato un leader, un uomo dell’Himalaya, un terreno che ormai padroneggiava con grande abilità e tecnica, come le sue Dolomiti. Un uomo rispettoso e ascoltato dai suoi compagni, che in quel momento erano tra migliori himalaysti del mondo.

Arrivammo al campo base insieme, sotto una bufera e insieme piantammo le nostre tendine sul fondo di una valletta. C’era neve, molta neve, spalammo e su due ripiani adiacenti installammo le nostre tende.

Venne il sole e la neve lasciò il posto a una piccola radura erbosa. Eravamo contenti di quel posto riparato del vento e tiepido, profumato dalle erbe macerate dall’acqua di sciogliemento e dalla terra che si asciugava. Fu bello vedere la spedizione che proseguiva, con il bel tempo si andava avanti, con sicurezza e determinazione, col brutto ci si riposava, ma il tutto dentro una logica di certezza, di sicurezza e armonia, pur consapevoli di essere al cospetto di una delle più belle e difficili pareti e vie dell’Himalaya.

Soro in quell’occasioneseppe dare il meglio. Era spesso davanti, a tracciare la via lungo l’ideale persorso che Bonington e i suoi formidabili compagni avevano aperto nel 1970. Era la prima ripetizione, 18 anni dopo la prima. Fu una salita esemplare. Ci sentimmo per radio con Soro, lui in vetta e io alla base. Fu bello e alla fine mi disse che voleva un regalo, poter rientrare subito a casa.

Ne parlai con Benoit e mentre Soro scendeva la parete vetiginosa e poco attrezzata, preparai gli zaini. Soro incredibilmente era alla base al sera stessa. All’alba del giorno successivo partimmo in direzione sud, di corsa, negli zaini le foto da consegnare a Parigi, al nostro sponsor. Questa era la scusa del nostro precipitoso allontanamento dal campo base.

Negli anni successivi mi sono affidato a Soro ogni quavolta c’era un problema complesso di gestione logistica e alpinistica di professionalità, di totale fiducia.

Così è stato per il progetto di medicina e fisiologia del grande Prof. Paolo Cerretelli dul Lothse, e poi nel 2004 all’Everest, dal versante nord.

Son passato qualche volta al Passo Duran, al suo rifugio. Lui credo che quel rifugio lo abbia considerato sempre una buona opportunità per questa parte della vita che si impegna più nel crescere figli che nel salire pareti e montagne, ma anche un poco una prigione.

Considerammo che eravamo gli ultimi tra i nostri veri amici, i soli rimasti vivi; eravamo come due superstiti reduci da una vita di alpinismo che ci aveva privato man mano e sempre violentemente dei nostri compagi di scalata.

 

Agostino da Polenza

 

Ivo Ferrari ripercorre la ripetizione invernale della Nord del Pelmo da parte di Soro Dorotei insieme a Renato Panciera e Giuliano De Marchi. Una storia d’alpinismo e un’invernale tra le più memorabili.

1983 – 2015. Mi sono fermato tante volte ad osservarla la parete Nord del Pelmo. Una di quelle volte… Fermo la macchina, scendo, devo scendere, qualcosa mi obbliga ad uscire fuori nel freddo dell’inverno, dal caldo dell’abitacolo posso solo immaginare ma non capire. Davanti qualcosa di meravigliosamente immenso, tetro e gelido, una parete storica fotogenica e bianca, bianchissima!

Nella storia dell’alpinismo invernale, la Nord è di Renato Casarotto in solitudine sulla Simon-Rossi, cinque gelidi giorni e un’immagine che lo ritrae con un enorme zaino alla base delle parete poco prima di partire… Nella storia dell’alpinismo invernale c’è una salita fantastica bella e genuina, una salita che il tempo ricorda a mala pena, nessuna immagine divenuta famosa, pochi scritti e pochissime parole. Una salita da considerare come una delle più grandiose ripetizioni nella stagione meno favorevole. Tre uomini, tre alpinisti preparati, un “condottiero” vero, l’unico italiano ad avere salito la parete sud dell’Annapurna: Soro Dorotei! (ndr: prima ripetizione, con Benoît Chamoux, della via Bonington).

Sono fermo appoggiato alla macchina, le mani in tasca e la testa riparata da un pesante cappello di lana, sono fermo al lato della strada… non riesco nemmeno ad avere voglia di scattare qualche foto, l’occhio è rapito ed io l’ho seguito nei sogni. Mi piacerebbe parlare con Soro di quella invernale, l’ho desiderato un sacco di volte, ma non sono un uomo coraggioso e rimango nascosto dalla mia timidezza, mi piacerebbe sentire le sue parole.

L’alpinismo invernale cambia con gli inverni, cambia con i versanti, con l’attrezzatura, l’alpinismo d’inverno sulla Nord del Pelmo, non è più cambiato, si è fermato in quei giorni gelidi e corti di tanti anni fa, dove un “condottiero” condusse fino in cima i suoi compagni.

Alessandro Masucci così descrive quella meravigliosa salita per ‘Le Dolomiti Bellunesi‘: “… Credo che soltanto i giornali locali ne abbiano dato allora qualche sobria notizia. A distanza di un quarto di secolo questo loro “exploit” forse merita di essere riconsiderato, se non altro perché i venti gradi sottozero sulla Nord del Pelmo d’inverno, non sono meno rigidi di quelli che si misurano sulla Nord del Cervino, o dell’Eiger o delle Jorasses. Si gettarono in quell’avventura prima Soro e Renato (Panciera ndr) da soli, risalendo e attrezzando il primo tratto di parete, fin quasi alla cengia Steger. Giuliano (De Marchi ndr) si aggregò in un secondo tempo. La parte bassa era tutta incrostata di neve umida, ghiacciata, cosicché il capo cordata Soro dovette risalire con i ramponi ai piedi. Benché i pesi fossero meglio distribuiti nella cordata di tre persone, impiegarono altri due giorni (26 e 27 gennaio) per trasferirsi con tutto il bagaglio all’estremità sinistra della cengia Steger. Qui bivaccarono per la terza volta, avendo trascorso le prime due notti in una caverna alla base della parete. Il giorno 28 fu speso per il tratto mediano della via, cioè altri 300 metri fino alla cengia alta, alla base del rosso camino bloccato. Dopo un quarto bivacco sulla cengia, il giorno 29 Soro condusse in vetta la cordata senza tentennamenti e a mani nude, perché, mi ha detto, “su quella difficoltà non si può arrampicare con i guanti”. Sull’ultimo molto ripido terzo di parete, stranamente le condizioni si presentarono diverse, avendo il vento dei 3000 metri spazzato dalla roccia la neve farinosa. Soro poté cosi togliersi i ramponi che aveva tenuto fino a quel momento. Dalla vetta scesero in fretta per il Vallon, ed evitarono in fine di percorrere la cengia di Ball, troppo lunga, calandosi dall’inizio di questa per la sottostante parete a corde doppie. Arrivarono cosi alla base del Pelmo prima che annottasse per la quinta volta.”

Risalgo in macchina, il riscaldamento è al massimo, le catene sulle gomme mi danno sicurezza, parto verso casa, ho visto una parete unica, solo per “guerrieri” veri, solo per “condottieri”.

Grazie a Soro, Renato e Giuliano, io mi fermo spesso a guardare la parete d’inverno, la vostra invernale io la porto nel cuore.

di Ivo Ferrari